Alessandro Piperno : Dove la storia finisce, intervista

Alessandro Piperno, intervista per Dove la storia finisce, Parigi, merzo 2017, Simona Crippa & Christine Marcandier, Diacritik.

CM : La mia prima domanda è abbastanza ampia, riguarda l’ispirazione in questo libro. Certo, i temi sono relativamente coerenti rispetto all’insieme dell’opera ma allo stesso tempo la materia è abbastanza diversa, forse più per quel che riguarda i personaggi. E quindi volevo sapere qual’è esattamente l’ispirazione di questo romanzo.

Direi che avevo come dire, la necessità di cambiare un po’ il mio registro, una necessità che venivo dal fatto che avevo scritto dei libri, una sorta di « tour de force », e che avevo la necessità di scrivere qualcosa che fosse più sobrio e più classico. Sebbene questo libro sia immerso nello stesso « milieu », è un libro che ho cercato di lavorare con maggiore tenerezza di quanto io non abbia utilizzato negli altri libri. Da qui forse questa sensazione che puo’ avere un lettore che mi conosce, che si tratti di un cambiamento di registro.

CM : C’è qualche cosa che mi ha colpito in questo libro, ed è la grande riflessione sulla questione della filiazione e della tradizione, cioè la filiazione da un punto di vista sociale, forse rispetto alla classe dirigente italiana che è in piena mutazione, e, è detto nel romanzo, in piena « decadenza », come se fosse stata sostituita da un’altra cosa. La domanda si pone anche da un punto di vista religioso dato che c’è tutta un’interrogazione sul giudaesimo e sulla tradizione, ma Simona si soffermerà credo su questa idea. E poi c’è l’interrogativo famigliare : cos’è essere genitori, padre e madre di un figlio, cos’è essere figlio dei propri genitori. E poi la questione si pone anche in termini letterari, con Federica che ha scritto una tesi di dottorato sur romanzo sociale, su Dickens, ma legge anche altri autori, e poi lei parla anche, ad un certo punto, di Foster Wallace, del cinema, del cinema americano, c’è anche un personaggio che ha un punto di vista molto critico sulla letteratura contemporanea. Ecco, questa questione della filiazione, della tradizione, era qualcosa di fondamentale per lei nel libro?

Direi di si, più che in questo libro, direi in questo momento della mia vita, nel senso che ho compiuto pochi giorni fa 45 anni ed è abbastanza certo a questo punto, a meno che la mia vita non dovesse essere completamente sconvolta, che io non avro’ mai dei figli, non è una cosa che mi turbi particolarment, nel senso che ho costruito una vita per non averne, per diverse ragioni di carattere personale, morale, che ne so, per varie ragioni perché le cose sono andate cosi, e soprattutto perché ho organizzato una vita in cui i miei figli potessero essere quello che scrivo sostanzialemente, pero’ allo stesso tempo è evidente che questa sia, come dire, la grande domanda che un uomo che si avvia alla mezza età, la grande domanda che fa su sè stesso, e cioè : il senso della propria paternità mancata, da un certo punto di vista, e allo stesso tempo, gli infiniti sensi di colpa che un figlio sente nei confronti dei propri genitori. Questa cosa qui, questa strana intricata questione credo che sia entrata nel romanzo in cui il tema dell’essere figli, è un tema che viene continuamente evocato, e come giustamente Lei diceva, declinato in modi totalmente diversi. Diciamo che c’era anche in me una urgenza satirica, nel senso che ho la sensazione che non tutti noi meritiamo di avere dei figli, che ci sono dei padri e delle madri che probabilmente avrebbero fatto meglio non averne e che non tutti siamo pronti a questa cosa qua, e che molte delle incertezze, delle fragilità, delle nevrosi, dei risentimenti che noi ci portiamo dentro vengono da genitori che forse avrebbero dovuto fare altro nella vita. Qui questa cosa viene, come dire, pesantemente tematizzata. Mi chiedo, nonostante io abbia avuto degli splendidi genitori, se nell mio desiderio di non avere figli, sia entrato anche il fatto che in realtà non ce l’avrei mai fatta a vedere dei miei figli in questo mondo. Trovo l’infanzia un luogo brutto, sofferente, detestavo e detesto ancora oggi vederla andare a scuola, seguire l’università, associo in modo dickenziano l’infanzia e l’adolescenza ad un periodo di crisi e di infelicità. Mi sembra terribile quello che uno imponga ai propri figli l’esperienza dell’infanzia, d’altra parte uno non puo’ farne altrimenti, perché se metti al mondo qualcuno la prima esperienza che lui farà, è quella dell’infanzia.

Per quanto riguarda il resto, cioè le altre affiliazioni a cui lei faceva riferimento, direi che quella che mi interessa di più è quella che riguarda il « milieu » ebraico, l’ambiente ebraico. Nel senso che quello che sta succedendo a Roma ma che credo succeda un po’ in tutto il mondo, è cioè che tutti coloro che appartengono a certe confessioni religiose : i musulmani, i cristiani, i cattolici, gli ebrei, si stanno avvicinando alla religione in un modo fondamentalista, c’è una riscoperta di una forma di « fondamenalistizzazione » delle religioni, delle confessioni monoteiste, mi interissava ironicamente, come avviene alla fine, che tutta questa catastrofe che si abbatte alla fine del romanzo avesse come esito quella di una riscoperta della religione : è la religione che ci ha messo in questa situazione e la risposta è la religione, insomma mi sembrava ironico e parodistico metterla cosi.

CM : C’è una domanda che mi sono posta anche per quel che riguarda i suoi altri romanzi che ho evidentemente letto e sui quali ho anche a voltre scritto, c’è qualcosa di fondamentale nel suo lavoro di romanziere, è la questione del desiderio.
Ho l’impressione che qui è visto anche attraverso un prisma sociale, vale a dire che questo desiderio delle classi sociali che hanno tutto, delle classi dirigenti che hanno tutto, insomma, queste classi cercano un’altra cosa : allora, l’impossibile per Martina, un’altra forma d’amore forse che corrisponde senz’altro a quello che lei è, ma che è anche un desiderio triangolare ; ma c’è anche il fatto che quando si possiede tutto, alla fine, ci si dirige verso il collezionismo. Quindi Matteo colleziona donne, Lorenzo, pesci, in un certo senso, ci sono dei gadgets che lui offre à suo padre, come se tutto diventasse non più un modo d’essere, ovverosia : essere è una forma d’avere. Sarebbe d’accordo con questa visione?

Mi colpiva il fatto che lei parlava del « désir mimétique » di Girard, che poi è la molla di tutti i grandi romanzi che amo, da Stendhal a Proust, insomma, diciamo che il desiderio è al centro di tutti i miei romanzi, un desiderio che è tendenzialemente un desiderio frustrato, altrimenti non esisterebbero i romanzi. Uno dei problemi nel vivere in un mondo come quello che io descrivo, che è un mondo dove alcune questioni legate alla sopravvivenza diciamo cosi sono state risolte più o meno per sempre, pero’ di cui allo stesso tempo si percepisce che sono gli ultimi fuochi, che è un modo che sta venendo meno, che si sta squagliando, è proprio il fatto che, come dire, il solo modo per affermarsi, il solo modo per sperare di essere felici, è quello di desiderare il poco che ancora non possiedi. Ed è questa la ragione per me per cui più o meno tutti i mei personaggi, non solo in questo romanzo ma anche negli altri, sono, come dire, animati sempre da desideri che prendono delle forme feticiste, c’è qualcosa di malato, di irrisolto, di un po’ depravato nel modo che hanno di desiderare. In questo senso, diciamo che, credo di inserirmi in una grande tradizione del romanzo borghese che ha costruito dei veri e propri mausolei intorno a questo desiderio frustrato. Diciamo che i miei personaggi di solito desiderano essere esattamente il contrario di cio’ che sono e questa è la via sicura dell’infelicità, direi che è un atteggiamento che è il contrario dello « zen ».

Alessandro Piperno

CM : Lei potrebbe considerare Federica quasi come una Emma Bovary contemporanea? Che ha letto molto, che spera di vivere una storia d’amore che sarebbe…

Con la differenza sostanziale, oltre al fatto che naturalmente Mme Bovary è un capolavoro assoluto dell’umanità, una differenza sostanziale è che Emma è « méchante », Federica è una brava figlia, con dei sentimenti. Flaubert guarda Emma con profondo sarcasmo, nel mio piccolo io mi sforzo di guardare Federica con maggiore tenerezza insomma. Pero’ quando prima parlavo del desiderio mimetico, sicuramente il bovarismo è il modello per ciascun romanziere per costruire una storia di un desiderio romantico che non trova mai una sua realizzazione.

SC : Quel che mia ha colpito, et l’ho trovato abbastanza violento – l’ho ascoltata, lei ne ha appena parlato – Federica è il suo personaggio fra virgolette « preferito », lei ha sentito il bisogno di tenerezza, Federica è una brava ragazza… Allora cio’ che ho trovato scioccante è che Federica è paragonata ad una Jaguar di terza mano. Certo, è il narratore che fa questo paragone, ma insomma, nessuna donna si paragona ad una macchina. Sono molto attenta in genere ai personnagi femminili et all’immagine che ci viene data della donna attraverso la letteratura, le faccio quindi questa domanda perché è importante, fra l’altro lei è italiano e la società italiana è problematica soprattutto per quel che riguarda l’immagine che continua a fornire della donna…

Diciamo questo, non è la prima volta che mi viene posta questa obiezione, non solo ma le confesso che una editor della Mondadori mi aveva fatto la stessa obiezione dicendo non è un tipico raffronto che una donna farebbe. In realtà ed è una cosa sulla quale naturalemente ho pensato e riflettuto, ed è evidente che il paragone assomiglia più ad un paragone che potrebbe fare un maschio e quindi il narratore, tenendo conto anche del fatto che in quel mondo le automobili hanno un’importanza maggiore di quanto non l’abbiano qui a Parigi. La cosa che mi piaceva è che sin dal principio lei si mette dal punto di vista di coloro che potrebbero amarla, ovverosia degli uomini, e che abbia un gusto in questo senso si veramente bovarista, di oblatività nei confronti degli altri, un senso forte di inferiorità che la spinge a prendere, ad acquisire su di sé l’immaginario di un maschio, esattamente come una donna che non ha nessun desiderio di indossare una guepière ma che sa che il suo uomo lo puo’ desiderare. E’ come dire, un gesto di sottomissione dell’immaginario. In questo senso lei è veramente è una donna, almeno per quello che riguarda l’Italia, una donna d’ « antan », ovvero una donna più simile a mia madre, di quanto non sia simile alla mia compagna e direi che, almeno questo lo spero anche perché l’ho scritto, che pero’ qualsiasi suo comportamento da quel momento in poi è coerente con questa sollecitudine, questa sottomissione nei confronti appunto di un immaginario maschile anche piuttosto triviale.

SC : C’è anche Matteo Zevi che ha una teoria sulle donne : sono rompicoglioni… Martina è dottoranda, la si puo’ immaginare avere altri desideri che non quelli triviali e materiali insiti nel romanzo, ma anche lei ha una sorta di immagionario codificato, è Sex and the City, Mellrose place… Quindi, qual’è il personaggio femminile che ha valore di donna attuale? Non ne ho travato…

Sa, io ho difficoltà sempre, a parte che ho difficoltà a parlare in termini di generi, nel senso che donna e uomo nella narrativa… come dire… quando mi capita di trattare una donna, quando mi capita di trattare una uomo come personaggio difficilemente penso a quale donna, a quale personaggio nella società corrispondono, ma mi abbandono soltanto al mio piccolo immaginario. Diciamo, la sua obiezione potrebbe essere tranquillamente trasportata sui personaggi maschili del romanzo, nel senso che anche i personaggi maschili del romanzo sono piuttosto inclini a un atteggiamento iper edonista e iper materialista. Non so se questo puo’ urtare la sensibilità di qualche maschio contemporaneo, pero’ diciamo che è quello il mondo che mi interessa raccontare, più che, come dire, mettere in scena quello che dovrebbe essere il mio ideale di donna o di uomo virtuoso, cioè ho proprio difficoltà a non solo ho difficoltà come dire a scrivere dei romanzi in cui un uomo o una donna, un’eroina o un eroe abbiano delle virtù ma molto spesso ho anche delle difficoltà a leggerne, nel senso che la narrativa di cui mi occupo, la narrativa che leggo mette in scena più i vizi di quanto non metta in scena le virtù. Per quanto riguarda appunto i personaggi femminili di questo romanzo, sono sicuramente dei caratteri fragili e superficiali, ma mi sento di poter dire la stessa cosa dei personaggi maschili. Quello che mi interessa è la fragilità, la superficilità, e tra le altre cose mi interessa talmente tanto che non ho neanche la forza di giudicarli in qualche modo, e se c’è un rimprovero che molti lettori in Italia mi fanno è proprio di creare una sorta di, come dire, promiscuità ideologica tra quello che sembra il mio narratore pensi e quel che pensano i miei personaggi. Pero’ è, come dire, è l’idea che ho degli uomini e delle donne che frequento insomma. E in qualche modo anche di mé stesso, nel senso che nonostante ciascuno di noi tenda ad avere un’alta opinione di sé, pero’ poi quando vai a rimestare nel cuore della tua interiorità, ti rendi conto che sei pieno di cose piccole, sbagliate e meschine.

SC : Lei sollecita molto le immagini nel libro, c’è un immaginario simile a quello di Sorrentino, vale a dire, c’è molto cinema in questo libro, ci sono degli attori che sono nominati, Gregory Peck, Barbara Streisand, lei nomina Tarantino, Reservoir Dogs, c’è anche, per ritornare alla question della filiazione, Ada che dice ad un certo punto : « La vita senza figli ci priva di una tappa fondamentale » che è piu’ o meno simile all’ultima replica di Bianca di Nanni Moretti.
Lei è specialista di Proust : che ruolo da al cinema e alle immagini nel suo libro, in Proust c’è l’inizio del cinema con il narratore che guarda estasiato la lanterna magica, e qui, in questo testo, ci sono delle immagini di cinema, eroi che parlano attraverso repliche cinematografiche, c’è Benni che parla di una Hattori Hanzo, si ritorna a Tarantino… Che ruolo lei da a tutto questo, et, le pongo un’altra domanda alla quale puo’ rispondere allo stesso tempo, la parola viene prima dell’immagine o l’immagine viene prima della parola quando si scrive?

Diciamo questo, non so se ricorda una delle lettere più belle che Flaubert ha scritto a Louise Colet in cui a un certo punto lui dice : « Il faut se faire des harems dans la tête », « Bisogna farsi degli harem in testa » « des palais avec du style et frapper son âme à travers la pourpre de grandes périodes », una cosa del genere, bisogna frappeggiare la propria anima con la porpora dei grandi periodi, credo alludesse ai periodi sintattici, ma soprattutto « bisogna farsi degli harem nella testa ». Io non riesco a capire uno scrittore che pensa in realtà per parole, in realtà si pensa – ma immagino anche Beckett che aveva un immaginario estremamente severo – immagino che – difficile entrare nella mente di Beckett – ma immagino che immaginasse per grandi linee per grandi astrazioni non per parole insomma. Io immagino attraverso le immagini, non solo ma quello che mi interessa di quello che dice Flaubert a Louise Colet è proprio il fatto che io immagino degli harem – mi perdoni se di nuovo il mio immaginario diventa misogino in qualche modo – pero’ nel senso che immagino non una donna ma trenta donne, come dire ho la necessità, visto che l’unico luogo in cui tutto è legale, tutto è permesso è la mia mente, li ho la possibilità come dire di sbizzarrirmi con i colori, e quindi ho una fortissima necessità di costruire dei tableaux, non solo ma il cinema che amo, mi piace molto il cinema, è il cinema che non ha cento locations, ma che ce ne ha due o tre. Ne Il Gattopardo di Visconti, c’è una scena che dura tre quarti d’ora in una sola stanza. I grandi films di Kubrick sono tutti organizzati per tre o quattro o cinque sequenze, proprio come lavorava Flaubert, cioè mi piace lavorare sul quadro. Quindi in realtà, sebbene nonostante nel corso del tempo mi sia stato chiesto molte volte anche da amici registi, non scriverei mai per il cinema perché non mi piace la scrittura cinematografica, pero’ è vero che quando scrivo ho un immaginario cinematografico proprio nella messa in scena. Quindi, come dire, le parole, la musica delle parole che per me è importante perché da il senso proprio della melodia, quella che Proust chiamava la « chanson » cioè la canzone dello stile è fondamentale, ma in qualche modo deve essere al servizio di questo clima. Non solo, ma la mia senzazione è che quando noi abbiamo letto un romanzo che ci è piaciuto o anche che non ci è piaciuto – e poi viene a meno tutto, perché ti dimentichi l’intreccio, ti dimentichi il titolo, ti dimentichi i personaggi, cio’ che ti resta è questo clima che è determinato dalla messa in scena. Che poi è quella che uno cerca in un libro di un un autore che conosce che va a cercare di nuovo quel clima che è dato dalla messa in scena di quell’immagini. Quindi la mia risposta, perdoni se è stata un po’ verbosa, è sicuramente che io penso per immagini non per parole.

SC : Quando la si legge, ci sono delle immagini che ci sommergono, siamo invasi dalle immagini. Beckett, quando lo leggiamo, costruiamo la bicicletta di Molloy attraverso le parole, la vediamo, direi, come se avessimo un immaginario in bianco e nero, simile ad una pagina. Con lei, abbiamo sempre dei colori, è per questo che la domanda immagine/parola era per me importante.

E in realtà l’esempio di Sorrentino è abbastanza giusto nel senso che in Italia un po’ ci tendono diciamo ad apparentarci come immaginario – e credo che tra l’altro Liana ci abbia giocato anche su perché questo [l’immagine sulla copertina, ndr] sembra quasi un’immagine stile La Grande bellezza – e siamo amici e ci stimiamo e via dicendo. La cosa che Sorrentino ha e che io non ho ma neanche cerco, è che in realtà lui tende verso il grottesco, la grancassa ecc. Soprattutto in questo libro invece ho cercato di tenere un tono che fosse il più possibile aderente alla realtà, un tono realistico. Il tono di Sorrentino non è mai realistico, la sua messa in scena è sempre sopra le righe in qualche modo. Questo mi piace molto al cinema, avrei delle difficoltà a tollerarlo in un libro insomma.

SC : L’arte supera la realtà ma lei dimostra alla fine del libro che la realtà supera l’arte. Perché lei sposta il Bataclan e l’Hyper Cacher in un ristorante a Roma, l’atto terroristico ha luogo, ha avuto luogo altrove, ma si è prodotto, la storia dei personaggi inventati incrocia quindi la Storia con una S maiuscola, la finzione finisce laddove la verità vera la supera, anche se, ovviamente, la finzione continua e puo’ continuare sempre ad essere scritta. Sottoscrivo ed ho anche molto amato l’idea di parlare della tragedia attraverso un altro spazio, perché è come se quel che tutti abbiamo vissuto qui, cercassimo tutti di immaginarlo collettivamente appunto in quello scantinato del romanzo, perché eravamo tutti altrove, altri purtroppo erano li, ma noi eravamo altrove, noi che siamo rimasti fuori da tutto questo…

E’ stato, se posso interromperla, molto complicato, come immaginerà. E tra l’altro ho un po’ di timore, lo dicevo prima a Liana, che il lettore francese possa esserne disturbato. Cosa è successo, è successo che io ho immaginato questa fine prima del Bataclan, nel senso che io l’ho scritta prima. Ed era l’idea originale del romanzo, tra l’altro non era cosi tanto originale, nel senso che gli attentati mi ossessionano da quando andavo in Israele durante proprio la prima Intifada, mi ricordo che ne ero proprio ossessionato. E poi la realtà mi ha superato mentre io avevo già scritto questa cosa. E avevo la necessità direi artistica e allo stesso tempo anche morale, di provare a descriverla senza riscriverla insomma, un po’ come avviene nella tragedia greca o nel teatro shakespiriano, nel teatro elisabettiano in realtà, in cui la tragedia avviene sempre fuori dalla scena. E quel tredicesimo capitolo, che è il capitolo in cui ci sono le due ragazze che sono confinate è stato un lavoro estremamente complicato. Confesso che c’è da parte mia un po’ di imbarazzo, pero’ è andata cosi insomma, non so cosa farci.

SC : C’è una frase che riassume i fatti di sangue descritti, lei dice « Dal 1943 », facendo quindi referenza alla guerra, ma in Italia siamo stati traumatizzati anche dagli Anni di piombo…

Non è la stessa cosa, nel senso che quello che sta succedendo, il Bataclan, l’11 settembre hanno realmente messo in discussione la nostra possibilità di concepire una vita che somigli a quella che abbiamo sempre vissuto. Laddove invece gli anni di piombo ci hanno consegnato un’atmosfera relativamente diversa rispetto al mondo da cui venivamo, ma la mia sensazione è che fosse un fenomeno circoscritto a un determinato « milieu », un fatto di politici, giornalisti, magistrati, è come non so, come gli attentati dell’IRA o come gli attentati dei Separatisti Baschi, cioè non hai la sensazione che realmente cambino le cose, non entrano cosi prepotentemente nel vissuto di ciascuno di noi. Non ci costringono a guardare tutte le persone che non hanno il tuo stesso colore della pelle in una metropolitana con sospetto. Insomma credo che sia successo qualcosa, quello che io vivevo da ragazzino, quando ero bambino, in Israele. Io mi ricordo che ero li negli anni ’80, andavo li l’estate, durante la prima Intifada, e c’era questa sensazione che il nemico fosse ovunque. Ecco credo che in Italia era dagli anni della guerra i cui uno non aveva questa sensazione.

SC : Quindi è per questo che lei la chiama « frattura epocale »…

 Si si si. Allo stesso tempo pero’ quello che mi interessava è dire, in una forma ironica è dire come nonostante la formula giornalistica ci dica « E’ tutto cambiato è la fine di tutto » poi in realtà basta poco. Io sono venuto a Parigi qualche mese fa e c’erano tutti i militari, adesso i militari sono già scomparsi. Cioè in realtà noi abbiamo la possibilità di riabituarci ad una vita normale molto più [rapidamente]. Quindi diciamo, io gioco anche un po’ sui « clichés » tipici del giornalismo o degli intellettuali che dicono sempre delle cose cosi, estremamente magniloquenti…

CM : Lei ha scritto Persecuzione e Inseparabili che sono legati, e qui il romanzo finisce, non si puo’ dire la fine, ma finisce su qualcosa che potrebbe essere l’oggetto di un secondo romanzo, di una seconda parte del libro : è questo che lei sta scrivendo o è tutt’altro?

No io ho iniziato un nuovo libro molto, credo, ambizioso, nel senso che invece è un ritorno a una struttura molto più complessa, un libro lungo e in prima persona, un po’ come il mio primo libro Avec les pires intentions, cioè con una prima persona molto presente e questo qui è one night stand.

Ha un progetto d’ordine balzachiano, proustiano?

Credo che qualsiasi romanziere che abbia un afflato realistico diciamo, tenga conto di quei due modelli. La cosa che ho capito e che ripeto spesso, è il fatto che il romanzo come genere, è di per sé molto cosmopolita, nel senso che mentre una poesia di Mallarmé, tu hai difficoltà a tradurla in italiano, direi che è intraducibile, un romanzo di Proust, per quanto sia connaturato alla lingua e alla sintassi francese, pero’ puoi esportarlo al punto tale che le traduzioni italiane di Proust, non sono Proust ma funzionano. E quindi, come dire, il romanzo ha un’ambizione a farsi leggere ovunque, pero’ l’ispirazione di uno scrittore, almeno degli scrittori che amo, è sempre molto provinciale. Cioè in realtà è molto piccolo e circoscritto il materiale che a ciascuno di noi è dato di interpretare. Siccome questa storia trae spunto da una storia vera, nel senso che io ho uno zio che ha avuto una vicenda simile a quella di Matteo Zevi. Cioè è dovuto andare via molti anni fa in California, ha vissuto in California per vent’anni e poi a un certo punto alcuni cambiamenti capitati a Roma gli hanno consentito di rientrare e lui è rientrato in Italia rimanendo piuttosto spaesato dal cambiamento. E allora mentre lavoravo su questo libro, sono andato in California e sono stato li per quattro cinque mesi e ho ripercorso tutti i suoi luoghi, ho intervistato i suoi amici e avevo scritto tutta una bella parte che si svolgeva in California, tipo quaranta cinquanta pagine. Alla fine le ho tolte, le ho tolte perché avevo proprio la sensazione che ci fosse qualcosa di finto di impostato. Cioè se uno vuole leggere un libro sulla California compra Bret Easton Ellis, non un mio libro, no ? Lei conosce John Cheever ? Lo scrittore americano, uno scrittore meraviglioso, ha scritto dei racconti bellissimi, Il Nuotatore è il suo racconto più famoso. Lui ha vissuto tre o quattro anni a Roma negli anni sessanta e ha scritto dei racconti romani – e lui è un grande scrittore di racconti, dicono che è il Cechov americano – ma questi racconti sono bruttissimi, perché ? Perché non è roba sua, i racconti di Moravia, i racconti di Gadda, i racconti di Pasolini scritti in quegli stessi anni su Roma sono molto più forti perché ? Perché è roba loro. Insomma questo voglio dire, quindi nel mio piccolo io ho questa città, questo ambientino, spero di allargarlo un po’ pero’ insomma non mi è concesso di allontanarmi troppo.

SC : Il personaggio che ci è piaciuto di più, il personaggio che ci sembra più costruito forse, quello che ci colpisce di più, è Giorgio. E’ il personaggio più transitivo nella misura in cui attraversa tre morti : accompagna Lia Zevi all’ospedale, lei muore, lui no ; ha questo attacco ipocondriaco – ho adorato questo capitolo, le immagine sono magnifiche, ci sembra di essere in un libro di Kafka… Con questo stecchino, ci si immagina che lo stecchino le perfori veramente all’interno ma non muore, e poi, sfugge all’attacco terroristico. Lei diceva che questa fine è sarcastica, ironica la partenza verso la Terra Santa ma il personaggio sembra aprire la prospettiva anche verso una nuova vita…

Si, anche se è una di quelle idee che ha chi scrive che poi quasi mai riusciamo a comunicare a chi legge quindi vuol dire che non funziona. La mia idea era un’idea ironica, cioè un’idea di dire : io ho fatto in modo che non ci fosse nessuna allusione che la matrice di questo attentato sia una matrice islamica. Non solo ma avevo scritto una scena nella quale Giorgio, che era molto in tema, Giorgio litigava ferocemente con un suo dipendente, e che questa cosa qui era una sorta di vendetta, cosa che poi ho tolto ed è rimasto qualche cosa solo nell’epilogo. Pero’ allo stesso tempo, è evidente che, visto i tempi che noi viviamo, che si tratta di un attentato che ha una matrice religiosa. L’idea che la risposta a questo attentato di matrice religiosa, invece che un atteggiamento laico, sia scegliere ancora una religione, andare in Israele e riscoprire il proprio ebraismo, mi sembrava, come dire, una beffa, un po’ ironica. E allo stesso tempo mi faceva ridere, pero’ ripeto rido solo io, mi faceva ridere il fatto che il solo luogo sicuro dove uno possa andare, è il luogo che nel nostro immaginario è il luogo meno sicuro di tutti che è Israele. Insomma ho giocato molto su questa cosa qua, non c’era nessuna reale partecipazione o commozione da parte mia nel fatto che lui scelga di andare in Israele.

Non c’è nessuna forma di sionismo nella mia formazione.

CM : Lei parla della tenerezza che ha nei confronti dei suoi personaggi, ed io ho trovato che il romanzo è estremamente ironico, addirittura a volte cinico, ma puo’ darsi anche perché ho letto i suoi tre romanzi precedenti ed era il tono di questi tre testi.
E’ un controsenso vedere nel libro qualcosa di abbastanza pungente sull’Italia, sulla sua classe dirigente, su quello che lei dice del Paese già a pagina 20 : « Da qualche tempo tutti in questo maledetto Paese non facevano che smerdare le poche cose ancora immacolate ». Avevo sottolineato un’altra frase : « La “buona sociétà“, ma che ora non aveva più nome, né prestigio, né distinzione, solo stock option, avvisi di garanzia… » ecc. C’è comunque una carica sociale, una carica di critica sociale e d’ironia che sono molti forti.

Non credo che le due cose siano per forza in contraddizione. L’Italia non è un bel posto in cui stare in questo momento. Roma è un posto orrendo, nel senso che è un posto complicato, difficile, sporco, criminoso, insomma è un posto veramente brutto. Cio’ non di meno, li vivono tante persone carine, per bene, e via dicendo. L’idea di costruire una sorta di racconto in cui viene messo in luce costantemente questo contesto cosi disagiato anche con toni che molto spesso sono sarcastici e derisori, non mi ha impedito, rispetto ad altri miei romanzi, di essere, come dire, più empatico con alcuni miei personaggi. Questo non significa che siano dei personaggi positivi ma appunto, come dicevo prima, non credo nei personaggi positivi, non credo negli eroi positivi nei romanzi, come non ci credo nella vita. Cioè mi interessano di più i loro buchi, le loro meschinità, le loro fragilità, me li fa sentire più vicini. Quindi in realtà ho provato a lavorare sulla tenerezza.

SC : Martina e Benedetta sono Albertine e Andrée ? In un altro contesto, certo… Riescono a mostrarsi come mai si mostrano Albertine e Andrée. In realtà, mi interesso talmente all’atto della creazione que mi piacerebbe sapere come la creazione avviene, come si forma il personaggio… il famoso « harem ».

Diciamo che il mio modo di montare un personaggio è debitore di una tecnica che Proust diceva di utilizzare, ovverosia quella di mescolare caratteri di persone reali. No ? Prendo la famiglia di uno, la faccia di un altro, lui faceva proprio dei « mélanges » di personaggi, al punto tale che molto personaggi, i critici sostengono che abbiano preso un po’ da quello un po’ da quell’altro. Ma era lui stesso, in piu’ di un’intervista, ha detto che questo era il suo modo. Ed obiettivamente anche io funziono cosi, cioè ho la sensazione che gli effetti di realtà vengano prodotti, catturando un dettaglio nelle persone che ti stanno intorno. Quindi lavoro piu’ cosi.

Per quanto riguardo l’amore saffico di Martina e Benny, per quanto possa apparire strano tenendo conto che mi occupo di Proust da tutta la vita, non c’era nessuna [allusione]. Anche perché ho sempre avuto la sensazione che ci sia qualcosa in Albertine che non funziona. Cioè è uno dei personaggi più misteriosi della Recherche, uno dei personaggi meno afferrabili e proprio perché ho la sensazione che sia una maschera – non ho la sensazione, ho la certezza che sia una maschera– e che quindi Proust non domini perfettamente l’amore eterosessuale. Per esempio c’è un’insistenza del narratore sulle guance di Albertine, parla sempre di queste guance, un’isistenza che mi è sempre sembrata un po’ stonata per un eterosessuale, sembra più un’immagine materna, o forse di un uomo con i guancioni, ma insomma. E lo stesso rapporto che il narratore ha nei confronti dell’omessualità di Albertine non mi sembra verosimile, nel senso che un eterosessuale è più geloso di un uomo che di una donna eventualmente, no ? Ovviamente, è difficile generalizzare, pero’ ho sempre avuto la sensazione che ci sia qualcosa di [strano], pur essendo tutto straordinario. E perché è straordinario, è straordinario perché mai come negli ultimi due capitoli della Recherche, La Prisonnière et Albertine disparue, noi abbiamo la sensazione reale che Proust ci rigali cio’ che succede all’interno di un essere che ama, quindi il narratore che ama, il narratore che imprigiona il narratore che prova a dimenticare Albertine una volta che Albertine muore è un virtuosismo letterario tra i più alti credo del romanzo di sempre. Questo pero’ sempre a scapito per me della resa di Albertine, che è un personaggio molto meno centrato di Odette, molto meno centrato di Oriane de Guermentes, molto meno centrato di Madame Verdurin, come se in realtà Albertine gli sfuggisse perché non gli interessa Albertine ma gli interessa solo quello che il narratore fa di Albertine. Probabilmente appunto perché nel suo immaginario l’amore eterosessuale non era comprensibile.

Tutto questo per dire che in realtà non mi sono ispirato, non ho pensato mai ad André ed Albertine. In realtà ho pensato a qualcosa che anzi accendeva la mia fantasia, per me era abbastanza eccitante.